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sabato 23 giugno 2012

La scomparsa di un Decano (un profilo di Gene Colan)

Nel primo anniversario della scomparsa di Gene Colan, vi propongo l'articolo che lo scorso anno ho scritto per Fumo di China (con qualche ritocchino).


Inimitabile. Se questo aggettivo viene spesso associato ai grandi artisti, ad alcuni di essi calza in maniera migliore. Tra questi possiamo sicuramente annoverare Gene Colan, maestro del fumetto americano che con Jack Kirby e pochi altri negli anni Sessanta diede vita a una rivoluzione grafica che avrebbe stabilito il nuovo standard almeno per i due decenni successivi.
In realtà, quando Colan approdò alla Marvel di Stan Lee, aveva già alle spalle alcuni anni di esperienza. Dopo gli studi artistici, infatti, iniziò subito a lavorare per le case editrici maggiormente attive nell’immediato secondo Dopoguerra, tra cui Timely Comics (poi Atlas, antesignana della Marvel) e DC Comics. Da ragazzo, Colan aveva molto apprezzato la classica striscia Terry and the Pirates di Milton Caniff e fu dunque da lì, e in particolare dai giochi di luci e ombre, che decise di iniziare la propria evoluzione artistica.
Durante gli anni Cinquanta, però, per sua stessa ammissione, il giovane Colan iniziò a guardare con sempre più attenzione a un altro grande autore suo contemporaneo, Reed Crandall, diventato famoso per la sua collaborazione alle testate horror e fantascientifiche della EC Comics. Anche lo stile di Crandall era parecchio influenzato da quello di Caniff, ma più realistico e soprattutto dotato di quella fluidità nella realizzazione delle anatomie da cui Colan avrebbe attinto a piene mani, rendendola una delle sue migliori peculiarità.


La lezione appresa da Crandall gli tornò utile nei primi anni Sessanta, quando Stan Lee lo arruolò per la neonata Marvel, che aveva da poco lanciato sul mercato personaggi come l’Uomo Ragno, Hulk, Thor e tanti altri, che cambiarono radicalmente il mercato e il modo di fare fumetti di supereroi. Messo al lavoro sulle storie di Iron Man per il mensile Tales of Suspense, Colan utilizzò un approccio più espressionista che in passato. In quegli anni infatti il punto di riferimento grafico della casa editrice era il già citato Kirby, che riusciva a dare alle proprie tavole grande efficacia grazie in particolare alle licenze anatomiche da lui prese. E così i corpi rappresentati da Colan, pur eleganti, iniziarono a contorcersi quasi innaturalmente, fornendo un impatto visivo secondo solo a quello offerto dal lavoro di Kirby. Pur avendo l'artista prestato per poco tempo le proprie matite al personaggio, Iron Man trovò finalmente la propria consacrazione grafica.
Colan fu trasferito sulla testata dedicata a Devil, personaggio che fino a quel momento aveva faticato a trovare una propria identità, sospeso com’era tra Batman e l’Uomo Ragno. Il disegnatore però si adattò molto bene al cosiddetto “metodo Marvel di scrittura”: Stan Lee forniva ai propri collaboratori solo un breve canovaccio dei singoli episodi, aggiungendo i dialoghi solo dopo che questi ultimi li avessero sviluppati (più o meno a loro piacimento) in una storia vera e propria. Colan diede quindi un’impronta più seriosa al personaggio, stabilendo quella che sarebbe stata l’atmosfera della serie almeno fino ai primi anni Ottanta. D’altra parte, Colan si legò in modo indissolubile al Diavolo Rosso, tanto da raffigurarne le storie in maniera continuativa per circa un decennio. Non deve quindi stupire se gli abbiano assegnato il soprannome di “Decano”. Il suo stile, caratterizzato anche da un forte contrasto tra luci e ombre, fu fondamentale per rimarcare l’anima tormentata di Devil, diviso tra le sue due carriere: avvocato di giorno, nei panni di Matt Murdock, giustiziere mascherato di notte.
A fine anni Sessanta, Colan lasciò il segno anche sulle testate dedicate ad altri importanti personaggi, come Namor il Sub-Mariner, il Dottor Strange, Capitan Marvel e Capitan America (sulle cui pagine creò, insieme all’immancabile Stan Lee, Falcon, primo supereroe afroamericano della storia del fumetto statunitense), ma per un’ulteriore svolta della sua carriera si dovette attendere l’aprile del 1972, quando uscì il primo numero di The Tomb of Dracula, da lui illustrato su testi di Marv Wolfman.


La Marvel, infatti, in quegli anni cercava di differenziare le tematiche delle proprie testate e quello fu il tentativo più riuscito di trovare uno sbocco nell’horror. Wolfman e Colan realizzarono un lungo ciclo di racconti (ben 70) di altissima qualità, dando vita a un importante sodalizio che sarebbe entrato di diritto nella storia del fumetto. Il disegnatore prese il celebre vampiro creato da Bram Stoker nel 1897 e lo rielaborò in modo peculiare, fornendogli i lineamenti dell’attore Jack Palance. Il suo stile inoltre si fece ancora più oscuro: le grandi campiture di nero sembravano vive e ricoprivano tutto in modo efficace, dando alla serie un’atmosfera tenebrosa come raramente si era visto in precedenza in un fumetto seriale statunitense. Il layout si adattò di pari passo, perdendo in dinamicità, ma guadagnando in mellifluità, con i contorni delle vignette che si facevano spesso fumosi e indistinti. Su The Tomb of Dracula, inoltre, Colan trovò il suo inchiostratore ideale, Tom Palmer, che con le sue pennellate spesse e decise, contribuì ad accrescere la tenebrosità delle storie.
Autore fedele ai personaggi, ma sempre voglioso di nuove sfide, nel 1973 Colan creò con lo sceneggiatore Steve Gerber il personaggio di Howard the Duck (conosciuto in Italia anche come Orestolo il Papero), dimostrando di sapersi adattare mirabilmente anche a storie umoristiche (da lui affrontate con uno stile più grottesco). Una passione mai sopita, se è vero che nel corso dei decenni successivi si sarebbe spesso dedicato a divertissement di questo tipo, disegnando per esempio alcune storie di Archie e persino una storia di 4 pagine per la Walt Disney (Tomb of Goofula) con Topolino e Pippo (parodia del suo Dracula, scritta tra l’altro dal “solito” Wolfman).
Pur non rinunciando al disegno, dagli anni Ottanta Colan diradò la propria collaborazione con la Marvel. Visto il suo stile “oscuro”, il suo approdo sulle testate Batman e Detective Comics dedicate al celebre Uomo Pipistrello della DC fu naturale.
Nonostante gli oltre quarant’anni di carriera, l’autore però non era ancora pago. Dato che il suo tratto non sembrava essere più al passo con i tempi, decise di iniziare a sperimentare nuovi stili di disegno fuori dal mercato mainstream. I suoi fumetti di metà anni Ottanta (la miniserie Nathaniel Dusk con relativo seguito per la DC e alcune storie per la rivista Eclipse dell’omonima casa editrice) furono suggestivamente realizzate in acquerello.


Nel 1989 fece in tempo a produrre l’opera forse più di rilievo del suo decennio: il serial Panther’s Quest, con protagonista Pantera Nera, scritto da Don McGregor e pubblicato sull’antologica Marvel Comics Presents. La sua Africa ricordava la Transilvania disegnata qualche anno prima per l’aria lugubre e oscura che emanava, e la disperazione dei personaggi trasudava dalle pagine (la storia è ambientata in Sudafrica durante l’apartheid). A tal proposito, in un’intervista Wolfman ha dichiarato che Colan era “un disegnatore in grado di infondere in ogni personaggio cuore, anima e fegato. Guardavi il lavoro di Gene e pensavi che fosse reale”.
Da allora in poi, causa anche recenti problemi di salute, Colan ha centellinato i propri lavori. Tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, infatti, mentre la sua mano si faceva più incerta, pur mantenendo intatta la classe originaria, è stato perlopiù chiamato per operazioni dal sapore dell’amarcord. Con Wolfman, per esempio, ha realizzato nuove storie di The Tomb of Dracula, una con protagonista Blade (il cacciatore di vampiri da lui creato graficamente anni prima) ed è periodicamente tornato a fare capolino sulla testata di Devil (tra cui 5 storie scritte da Joe Kelly e pubblicate a fine 1997). La Dark Horse l’ha persino chiamato a illustrare una storia di Buffy the Vampire Slayer, considerandolo uno dei migliori artisti di sempre sul tema vampirico.
Il suo ultimo lavoro è stato rappresentativo di tutta la sua carriera. Nel settembre 2009 la Marvel ha infatti pubblicato una storia di Capitan America scritta da Ed Brubaker e disegnata da lui, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e con vampiri come protagonisti. E Colan non si è limitato a fare il compitino, ma ha tirato fuori una prova di classe, con i colori applicati direttamente sulle sue matite in modo da dare quel senso di opacità tipico delle vecchie foto. La storia, tradotta in italiano come “Sangue rosso, bianco e blu”, ha persino vinto il prestigioso premio Eisner come miglior storia singola.
Una degna conclusione per una grande carriera, interrottasi definitivamente il 23 giugno 2011 all’età di 84 anni. Forse non si può affermare che si tratta di una scomparsa prematura, o che Colan avrebbe potuto partorire ancora molti capolavori, ma siamo certi che la sua cortesia d’altri tempi mancherà molto al fumetto americano.

venerdì 24 giugno 2011

Un ricordo di Gene Colan

Che tristezza. Stamattina ho saputo della dipartita di Gene Colan, uno dei miei disegnatori preferiti di sempre, e mi è dispiaciuto molto. Da lettore di fumetti, ci ero sinceramente affezionato. Un po' perché, tra i grandi degli anni Sessanta, è stato il primo che ho scoperto, grazie al suo Devil. Un po' anche perché qualche anno fa ebbi modo di scambiare con lui alcune e-mail che culminarono in una bella intervista (che purtroppo non ritrovo più). In quell'occasione, nonostante la sua salute non fosse proprio delle migliori, Gene si dimostrò comunque gentile e disponibile. E così potei scambiare con lui due chiacchiere su quelle copertine che da ragazzino più avevano impressionato tantissimo, per la fluidità dei corpi rappresentati, che sotto il suo tratto espressionista si contorcevano innaturalmente, al fine di produrre un'idea di potenza pari a quella di Jack Kirby, come dimostrano gli esempi sottostanti.


E poi, proprio due giorni fa mi era ricapitato in mano un volume con alcune storie di Tomb of Dracula da lui disegnate e mi ero soffermato a rimirare i suoi splendidi giochi di luci e ombre, che rendevano tutto incredibilmente vivo (anche grazie alle ottime chine di Tom Palmer, il suo miglior inchiostratore).


Gene è stato uno dei pochi disegnatori di supereroi in grado di cambiare registro stilistico pur mantenendo una propria integrità, adattandosi (per modo di dire) all'horror, così come al western e alle storie umoristiche di Howard il Papero. Un gigante del disegno, davvero inimitabile.

martedì 4 novembre 2008

Un'altra Lucca è andata...

Eccomi di ritorno da Lucca! In realtà sono tornato già domenica sera, ma mi ci è voluto un po' per riprendermi, essendo stata questa la Lucca Comics più frenetica che mi sia mai capitata (senza contare la pioggia battente di venerdì, nonché i lunghi giri in macchina alla ricerca di Colle di Lari, il posto in cui avevamo trovato l'appartamento in cui dormire). Sono comunque molto soddisfatto, mi ha fatto piacere aver reincontrato molta gente che di solito mi capita di vedere soltanto in queste occasioni e di aver conosciuto qualcun altro, dal vivo, che invece non avevo mai visto prima d'ora. Autori, editori, vecchi e nuovi collaboratori, amici, di cui non farò i nomi, non per una tendenza mafiosa all'omertà ma semplicemente perché rischierei di dimenticarmene molti.
Poi Lucca è pur sempre una città splendida, in cui mi fa sempre piacere tornare (anche se dovrei decidermi a visitarla con più calma, fuori dal contesto fieristico).
Ho fatto anche tanti acquisti, tra cui spicca questo librone dal peso (non solo specifico) notevole:

Visto il mio background di letture a fumetti (ma anche la confezione particolare, ben 840 pagine comprendenti tutte le storie di Frank Miller su Devil, dalla prima storia soltanto disegnata all'ultima, meravigliosa, che chiude il suo primo ciclo), posso sicuramente dire che questo è l'acquisto di cui vado più orgoglioso, ma in realtà ho preso anche altre cose interessanti (un paio delle quali già lette), di cui vi parlerò nei prossimi giorni.
Acquisti a parte, la cosa che mi ha dato più soddisfazione è stato sicuramente lo showcase di Ausonia che domenica mattina io e Laura (che con me conduce Il Garage Ermetico) abbiamo "condotto", su richiesta dello stesso autore. Eccovi una foto scattata da Flavia Tommasini con il cellulare (e quindi di qualità non eccelsa, purtroppo):

Da sinistra a destra ci siamo io, le Bkiss (ovvero le due ragazze che hanno disegnato uno dei due nuovi fumetti che Ausonia ha presentato a Lucca), Ausonia e Laura Pasotti. Spero nei prossimi giorni di riuscire a recuperarne altre, magari di risoluzione migliore (anzi... ne approfitto per lanciare un appello: se eravate tra il folto pubblico e avete scattato delle foto, contattatemi, please!).

domenica 3 agosto 2008

Echo di David Mack

Questa settimana è uscito il numero 140 di Devil & Hulk, contenente, tra le altre cose, anche l'ultima parte di Echo: La ricerca della visione, arco narrativo della collana Daredevil scritto e disegnato da David Mack, autore celebre soprattutto per la serie indipendente Kabuki.

Non si fa sicuramente fatica a definirla un'opera molto particolare, soprattutto dal punto di vista grafico. Mack ha utilizzato una tecnica personale, che incrocia il disegno con la composizione grafica, rendendo ogni tavola diversa dalle altre e sfruttando in pieno molte delle potenzialità (non ancora ben comprese da tutti) del fumetto: il testo diventa parte integrante della grafica, un ulteriore elemento che arricchisce la pagina, non un "ingombro" per cui ricavare spazio. Penso poi, che, tra i disegnatori che fanno largo uso di elementi grafici computerizzati, sia uno dei pochi a lasciare molto spazio al disegno, che sia ad acquerello oppure semplicemplicemente schizzato per apparire (volutamente) infantile. Praticamente non ci sono vignette, tutta la pagina viene sfruttata. Per fornire comunque una scansione narrativa vengono utillizati elementi come cornici (quelle dei quadri, per intenderci) o addirittura merletti.
Anche la storia, poi, mi è piaciuta davvero molto. Si tratta di una specie di romanzo di formazione (attraverso la ricerca del proprio spirito guida) incentrato su un personaggio sicuramente minore dell'universo Marvel (anche se viene utilizzato sempre più spesso), ovvero Maya Lopez, conosciuta anche con il nome di battaglia di Echo, ragazza di origine indiana (d'America), sorda fin dalla nascita ma con la straordinaria capacità di replicare tutto ciò che vede anche solo per pochi attimi. Ho trovato molto carini soprattutto i passaggi in cui lei, da bambina, cuoriosamente cerca di scoprire il mondo che la circonda, chiedendo ripetutamente al padre che rumore facciano il sole, l'arcobaleno o le stelle.
Un'opera visionaria, anche grazie agli inserti legati alle tradizioni dei nativi americani, che sicuramente approfondisce il personaggio più di quanto avesse fatto la sua storia d'esordio (Parti di un buco, scritta da Mack e disegnata da Joe Quesada, di cui tra l'altro proprio questa settimana è uscita la ristampa in volume), che era incentrata soprattutto sulla sua entrata in scena e sulla sua particolare relazione con Matt Murdock/Devil.

E pensare che inizialmente la Panini Comics aveva deciso di non pubblicare questa storia (soprattutto perché il titolare della testata, Devil, si vede solo di sfuggita in un paio di occasioni, ma anche perché considerata troppo difficile per il lettore occasionale). E' dovuta però tornare sui suoi passi vista la presenza ormai stabile del personaggio tra i Nuovi Vendicatori.
Per leggerla, dunque, dovete recuperare i numeri di Devil & Hulk dal 137 al 140.