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venerdì 28 dicembre 2012

Happy Birthday, Stan Lee!

Okay, io sono sempre stato dalla parte di Jack Kirby, a mio parere il vero genio artistico del duo. E traducendo di recente le storie classiche di Hulk (che sono in edicola proprio in questi mesi) mi sono reso conto di come probabilmente il "Sorridente" avesse più di un ghost writer a sua disposizione. Ma è indubbio che Stan Lee, con le sue intuizioni, in grado di cogliere come in pochi altri casi lo spirito dei tempi, è stato in più di un modo fondamentale per il fumetto americano. Per cui, da appassionato, non posso fare a meno di unirmi al coro di auguri per i suoi 90 anni!


Per celebrare, consiglio di recuperare il bel documentario/intervista del 2002 di Kevin Smith dedicato a lui e alla nascita della Marvel, Stan Lee. Mostri e meraviglie (di cui vi propongo un estratto in cui si parla dell'Uomo Ragno).


Excelsior!

sabato 23 giugno 2012

La scomparsa di un Decano (un profilo di Gene Colan)

Nel primo anniversario della scomparsa di Gene Colan, vi propongo l'articolo che lo scorso anno ho scritto per Fumo di China (con qualche ritocchino).


Inimitabile. Se questo aggettivo viene spesso associato ai grandi artisti, ad alcuni di essi calza in maniera migliore. Tra questi possiamo sicuramente annoverare Gene Colan, maestro del fumetto americano che con Jack Kirby e pochi altri negli anni Sessanta diede vita a una rivoluzione grafica che avrebbe stabilito il nuovo standard almeno per i due decenni successivi.
In realtà, quando Colan approdò alla Marvel di Stan Lee, aveva già alle spalle alcuni anni di esperienza. Dopo gli studi artistici, infatti, iniziò subito a lavorare per le case editrici maggiormente attive nell’immediato secondo Dopoguerra, tra cui Timely Comics (poi Atlas, antesignana della Marvel) e DC Comics. Da ragazzo, Colan aveva molto apprezzato la classica striscia Terry and the Pirates di Milton Caniff e fu dunque da lì, e in particolare dai giochi di luci e ombre, che decise di iniziare la propria evoluzione artistica.
Durante gli anni Cinquanta, però, per sua stessa ammissione, il giovane Colan iniziò a guardare con sempre più attenzione a un altro grande autore suo contemporaneo, Reed Crandall, diventato famoso per la sua collaborazione alle testate horror e fantascientifiche della EC Comics. Anche lo stile di Crandall era parecchio influenzato da quello di Caniff, ma più realistico e soprattutto dotato di quella fluidità nella realizzazione delle anatomie da cui Colan avrebbe attinto a piene mani, rendendola una delle sue migliori peculiarità.


La lezione appresa da Crandall gli tornò utile nei primi anni Sessanta, quando Stan Lee lo arruolò per la neonata Marvel, che aveva da poco lanciato sul mercato personaggi come l’Uomo Ragno, Hulk, Thor e tanti altri, che cambiarono radicalmente il mercato e il modo di fare fumetti di supereroi. Messo al lavoro sulle storie di Iron Man per il mensile Tales of Suspense, Colan utilizzò un approccio più espressionista che in passato. In quegli anni infatti il punto di riferimento grafico della casa editrice era il già citato Kirby, che riusciva a dare alle proprie tavole grande efficacia grazie in particolare alle licenze anatomiche da lui prese. E così i corpi rappresentati da Colan, pur eleganti, iniziarono a contorcersi quasi innaturalmente, fornendo un impatto visivo secondo solo a quello offerto dal lavoro di Kirby. Pur avendo l'artista prestato per poco tempo le proprie matite al personaggio, Iron Man trovò finalmente la propria consacrazione grafica.
Colan fu trasferito sulla testata dedicata a Devil, personaggio che fino a quel momento aveva faticato a trovare una propria identità, sospeso com’era tra Batman e l’Uomo Ragno. Il disegnatore però si adattò molto bene al cosiddetto “metodo Marvel di scrittura”: Stan Lee forniva ai propri collaboratori solo un breve canovaccio dei singoli episodi, aggiungendo i dialoghi solo dopo che questi ultimi li avessero sviluppati (più o meno a loro piacimento) in una storia vera e propria. Colan diede quindi un’impronta più seriosa al personaggio, stabilendo quella che sarebbe stata l’atmosfera della serie almeno fino ai primi anni Ottanta. D’altra parte, Colan si legò in modo indissolubile al Diavolo Rosso, tanto da raffigurarne le storie in maniera continuativa per circa un decennio. Non deve quindi stupire se gli abbiano assegnato il soprannome di “Decano”. Il suo stile, caratterizzato anche da un forte contrasto tra luci e ombre, fu fondamentale per rimarcare l’anima tormentata di Devil, diviso tra le sue due carriere: avvocato di giorno, nei panni di Matt Murdock, giustiziere mascherato di notte.
A fine anni Sessanta, Colan lasciò il segno anche sulle testate dedicate ad altri importanti personaggi, come Namor il Sub-Mariner, il Dottor Strange, Capitan Marvel e Capitan America (sulle cui pagine creò, insieme all’immancabile Stan Lee, Falcon, primo supereroe afroamericano della storia del fumetto statunitense), ma per un’ulteriore svolta della sua carriera si dovette attendere l’aprile del 1972, quando uscì il primo numero di The Tomb of Dracula, da lui illustrato su testi di Marv Wolfman.


La Marvel, infatti, in quegli anni cercava di differenziare le tematiche delle proprie testate e quello fu il tentativo più riuscito di trovare uno sbocco nell’horror. Wolfman e Colan realizzarono un lungo ciclo di racconti (ben 70) di altissima qualità, dando vita a un importante sodalizio che sarebbe entrato di diritto nella storia del fumetto. Il disegnatore prese il celebre vampiro creato da Bram Stoker nel 1897 e lo rielaborò in modo peculiare, fornendogli i lineamenti dell’attore Jack Palance. Il suo stile inoltre si fece ancora più oscuro: le grandi campiture di nero sembravano vive e ricoprivano tutto in modo efficace, dando alla serie un’atmosfera tenebrosa come raramente si era visto in precedenza in un fumetto seriale statunitense. Il layout si adattò di pari passo, perdendo in dinamicità, ma guadagnando in mellifluità, con i contorni delle vignette che si facevano spesso fumosi e indistinti. Su The Tomb of Dracula, inoltre, Colan trovò il suo inchiostratore ideale, Tom Palmer, che con le sue pennellate spesse e decise, contribuì ad accrescere la tenebrosità delle storie.
Autore fedele ai personaggi, ma sempre voglioso di nuove sfide, nel 1973 Colan creò con lo sceneggiatore Steve Gerber il personaggio di Howard the Duck (conosciuto in Italia anche come Orestolo il Papero), dimostrando di sapersi adattare mirabilmente anche a storie umoristiche (da lui affrontate con uno stile più grottesco). Una passione mai sopita, se è vero che nel corso dei decenni successivi si sarebbe spesso dedicato a divertissement di questo tipo, disegnando per esempio alcune storie di Archie e persino una storia di 4 pagine per la Walt Disney (Tomb of Goofula) con Topolino e Pippo (parodia del suo Dracula, scritta tra l’altro dal “solito” Wolfman).
Pur non rinunciando al disegno, dagli anni Ottanta Colan diradò la propria collaborazione con la Marvel. Visto il suo stile “oscuro”, il suo approdo sulle testate Batman e Detective Comics dedicate al celebre Uomo Pipistrello della DC fu naturale.
Nonostante gli oltre quarant’anni di carriera, l’autore però non era ancora pago. Dato che il suo tratto non sembrava essere più al passo con i tempi, decise di iniziare a sperimentare nuovi stili di disegno fuori dal mercato mainstream. I suoi fumetti di metà anni Ottanta (la miniserie Nathaniel Dusk con relativo seguito per la DC e alcune storie per la rivista Eclipse dell’omonima casa editrice) furono suggestivamente realizzate in acquerello.


Nel 1989 fece in tempo a produrre l’opera forse più di rilievo del suo decennio: il serial Panther’s Quest, con protagonista Pantera Nera, scritto da Don McGregor e pubblicato sull’antologica Marvel Comics Presents. La sua Africa ricordava la Transilvania disegnata qualche anno prima per l’aria lugubre e oscura che emanava, e la disperazione dei personaggi trasudava dalle pagine (la storia è ambientata in Sudafrica durante l’apartheid). A tal proposito, in un’intervista Wolfman ha dichiarato che Colan era “un disegnatore in grado di infondere in ogni personaggio cuore, anima e fegato. Guardavi il lavoro di Gene e pensavi che fosse reale”.
Da allora in poi, causa anche recenti problemi di salute, Colan ha centellinato i propri lavori. Tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, infatti, mentre la sua mano si faceva più incerta, pur mantenendo intatta la classe originaria, è stato perlopiù chiamato per operazioni dal sapore dell’amarcord. Con Wolfman, per esempio, ha realizzato nuove storie di The Tomb of Dracula, una con protagonista Blade (il cacciatore di vampiri da lui creato graficamente anni prima) ed è periodicamente tornato a fare capolino sulla testata di Devil (tra cui 5 storie scritte da Joe Kelly e pubblicate a fine 1997). La Dark Horse l’ha persino chiamato a illustrare una storia di Buffy the Vampire Slayer, considerandolo uno dei migliori artisti di sempre sul tema vampirico.
Il suo ultimo lavoro è stato rappresentativo di tutta la sua carriera. Nel settembre 2009 la Marvel ha infatti pubblicato una storia di Capitan America scritta da Ed Brubaker e disegnata da lui, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e con vampiri come protagonisti. E Colan non si è limitato a fare il compitino, ma ha tirato fuori una prova di classe, con i colori applicati direttamente sulle sue matite in modo da dare quel senso di opacità tipico delle vecchie foto. La storia, tradotta in italiano come “Sangue rosso, bianco e blu”, ha persino vinto il prestigioso premio Eisner come miglior storia singola.
Una degna conclusione per una grande carriera, interrottasi definitivamente il 23 giugno 2011 all’età di 84 anni. Forse non si può affermare che si tratta di una scomparsa prematura, o che Colan avrebbe potuto partorire ancora molti capolavori, ma siamo certi che la sua cortesia d’altri tempi mancherà molto al fumetto americano.

martedì 5 giugno 2012

Sacro terrore

Negli scorsi mesi si è fatto un gran parlare di Holy Terror, nuovo lavoro a fumetti di Frank Miller (da sempre uno dei miei autori preferiti) rapidamente sbarcato anche in Italia, con il titolo di Sacro terrore, per la Bao Publishing.


Partiamo dalle note positive. Per la prima metà della storia, Miller si è evidentemente impegnato (con successo) per offrire soluzioni grafiche di un certo impatto (grazie a tavole da cui il nero è stato grattato via per ricavare le sagome, come si può notare dall'immagine qui sotto) e anche alcuni passaggi narrativi piuttosto interessanti dal punto di vista tecnico. In queste pagine l'autore americano sembra aver infatti voluto riprendere il discorso artistico messo da parte per realizzare 300 e l'ultimo Sin City ("All'inferno e ritorno"), tornando a sperimentare con il bianco e nero e inserendo solo poche macchie di colore con una funzione iconica e narrativa, più che prettamente grafica.
Nella seconda parte, invece, i bianchi e neri si fanno più netti, Miller inizia a risparmiare sugli sfondi, ma la sintesi grafica rimane buona e ricorda molto da vicino quella di José Muñoz (come già in passato, tra l'altro). Meno apprezzabile, ma a tratti ancora piacevole.
Nelle ultime pagine, però, Miller appare ancora più svogliato: gli sfondi scompaiono del tutto, l'alternanza tra bianchi e neri perde sostanza, il tratto è tirato via in maniera eccessiva, i personaggi diventano macchiette parodistiche fuori luogo (e probabilmente il caro vecchio Frank cerca di citare, in modo però troppo approssimativo, le esagerazioni anatomiche di Jack Kirby) e l'utilizzo del colore diviene un inutile formalismo.


La scelta del formato orizzontale, sebbene permetta all'autore di sbizzarrirsi con inquadrature particolarmente ardite, sembra più un vezzo che una reale necessità. Se per 300 funzionava molto bene, visto che riusciva a dare profondità scenica alla schiera di soldati spartani impegnati in battaglia, qui sembra non avere davvero alcun senso.
A livello narrativo, poi, la storia manca del tutto di pathos e di drammatizzazione (e anche di una trama vera e propria, a dirla tutta). E' solo un grosso pretesto per fare propaganda anti-musulsumana, così come la storia era stata effettivamente presentata. E i dialoghi, asciutti come nella tradizione hard boiled tanto cara a Miller, risultano però sciatti, a eccezione di una o due occasioni, come quella della tavola qui sotto (in italiano il testo è diventato "Ci diamo alla diplomazia postmoderna"... e se questo è il meglio...).


Insomma, nonostante le pessime opinioni che mi erano giunte dagli States e non solo, ho voluto tastare di persona quale fosse la situazione di questo Frank Miller. Perché mi sembrava che l'attenzione fosse stata eccessivamente riposta sull'idea (ridicola, in ogni caso) di realizzare un'opera fascistoide, razzista, di propaganda, più che su forma e sostanza. Purtroppo, però, devo accettare con profonda mestizia che Sacro terrore è davvero una grossa schifezza, che brilla solo a tratti (e neanche tanto).
Non sminuisce ovviamente quanto di eccellente Miller ha fatto in passato, ma di sicuro getta un'ombra oscura sulla possibilità di leggere suoi nuovi capolavori (ero troppo ottimista anche prima, lo so).
So long, Mr. Miller.

giovedì 26 aprile 2012

The Avengers: recensione nerd

OMG! Credo che The Avengers sia il miglior film di supereroi di tutti tempi! Epico, divertente, emozionante, da brividi lungo la schiena!


Un film leggendario e mai noioso, in cui i personaggi parlano e agiscono proprio come le loro controparti di carta (in particolare Capitan America, carismatico e fuori dal tempo, ben interpretato da un finalmente convincente Chris Evans), e che strizza in continuazione l'occhio ai fan della serie a fumetti. Il regista Joss Whedon (grande fan degli X-Men, di cui ha anche scritto un ciclo di episodi) e gli sceneggiatori dimostrano di conoscere le storie dei più potenti eroi della Terra, con citazioni dalla loro primissima avventura (firmata da Stan Lee e Jack Kirby), ma anche dagli Ultimates (i Vendicatori alternativi) di Mark Millar e Bryan Hitch (a partire dai Chitauri, che tuttavia risultano parecchio trasfigurati).
Una citazione particolare per le due protagoniste femminili del film: Scarlett Johansson, che ha interpretato una Vedova Nera meno seducente ma meglio caratterizzata rispetto a Iron Man 2, e soprattutto Cobie Smulders, la Robin Scherbatsky di How I Met Your Mother (la migliore sit-com di sempre) nei panni di Maria Hill, uno degli agenti dello S.H.I.E.L.D.
Peccato solo per un'inspiegabile scelta di traduzione: il titolo del film è rimasto "The Avengers", come in originale, e ci può stare, soprattutto se nel corso di esso si parla anche di "progetto Avengers". Però allora i protagonisti perché si autodefiniscono "Vendicatori"?
Dopo l'immagine, i tre momenti da pelle d'oca che secondo me regala questo film. SPOILER ALERT per chi non l'ha ancora visto!


1. Capitan (e non Captain) America che si mette a dare ordini al gruppo... Hulk compreso! In poche battute, nonostante l'orrido costume, Cap raggiunge uno spessore caratteriale che gli era mancato in tutto un intero film a lui dedicato.

2. L'apparizione di Thanos nella consueta scena post-titoli di coda (anche se io avevo già immaginato, durante il film, che sarebbe stato proprio lui il villain misterioso che si nasconde dietro a Loki).

3. Iron Man che, durante la battaglia contro i Chitauri in piena New York, fa rimbalzare i raggi repulsori sullo scudo di Capitan America... momento clou dello scontro finale (insieme a un'epica battuta proferita da Bruce Banner appena prima di trasformarsi in Hulk ed entrare in azione: "Io sono sempre arrabbiato").

E ora... aspettiamo con ancora maggiore trapidazione The Avengers 2, no?

P.S. Possibile che non si siano ricordati di far gridare a Capitan America, nemmeno nella battaglia finale, un "Vendicatori uniti"?

venerdì 9 marzo 2012

Aspettando The Avengers (il film) #2

Ricordate i cartoni animati Marvel degli anni Sessanta, quelli realizzati ricalcando con i lucidi e animando (per modo di dire) i fumetti originari di Stan Lee e Jack Kirby?


Qualche genio con molto tempo a disposizione ha preso immagini sparse da quelle serie e le ha montate, aggiungendoci l'audio del trailer di The Avengers diffuso pochi giorni fa.


Certo che lo spermatozoo gigante nel finale fa parecchia impressione, eh? E Nick Fury arriva dritto dagli anni Novanta (come fare, altrimenti?). Però trovo il tutto davvero molto divertente.

giovedì 28 luglio 2011

Capitan America: Il primo Vendicatore

Di solito, quando vado a vedere un film tratto da un fumetto, parto da aspettative molto basse. A volte sono rimasto piacevolmente sorpreso, ma con Capitan America: Il primo Vendicatore questo però non è successo, visto che sono più (e più importanti) le cose che non ho apprezzato rispetto a quelle che mi sono piaciute.


Ho trovato interessante il fatto che Capitan America non combatta contro i Nazisti, nonostante l'ambientazione della Seconda guerra mondiale, perché questo ha di sicuro evitato un bel po' di retorica patriottica. In questa pellicola, infatti, Capitan America è costretto a combattere l'Hydra, cellula militare sotto il comando del Teschio Rosso che si ribella a Hitler (ma il motivo di questo, nelle due ore e passa di film, non è chiaro).
A fare da contraltare, però, c'è una sceneggiatura fiacca e banale, che dimostra un unico guizzo creativo nella fase intermedia del film (prima che Capitan America scenda in guerra). Nella trama non c'è tensione drammatica, non c'è un qualcosa che appassioni o che crei interesse (e quindi partecipazione) verso i personaggi. E poi in alcune occasioni sfida in maniera eccessiva anche la sospensione dell'incredulità. Brevemente, inoltre: regia pessima, montaggio altalenante, scene d'azione noiose (che per un film che su queste si basa è piuttosto grave).


Per quanto riguarda il cast, troviamo un banalmente ottimo Tommy Lee Jones, un'algida Hayley Atwell perfetta nei panni della bella di turno (che però è fortunamente lontana dal classico stereotipo della "damsel in distress" hollywoodiana) e un Chris Evans che visivamente sembra uno Steve Rogers perfetto, ma che risulta parecchio fuori ruolo (senza contare quanto sembri impacciato nel suo costume). E poi c'è Hugo Weaving, nei panni del Teschio Rosso, che ha cercato inutilmente di dare spessore a un personaggio eccessivamente monodimensionale, risultandomi un po' troppo sopra le righe.
Quello dei "nemici" è uno dei problemi principali del film. Senza vere motivazioni, sembrano cattivi solo per il gusto di essere cattivi (fino ad arrivare a uccidere i propri compagni solo per dimostrare di esserlo), finendo per ridimensionare anche il ruolo dei protagonisti positivi.


Questo ultimo aspetto è forse dovuto al fatto di voler dare al film un'atmosfera "vintage", comunque mal riuscita, per quanto mi riguarda. Per ottenere un buon risultato, avrebbero dovuto spingere fino in fondo, e non alternare vintage a modernità e infarcire il film di tecnologie che già adesso sarebbero fantascientifiche, figuriamoci 70 anni fa!
Insomma, un film deludente su quasi tutta la linea, che mi ha divertito solo nella parte in cui omaggia i fumetti da cui è tratto (e almeno così ho una scusa per metterci un'immagine di Jack Kirby).


Se dopo Thor ero più tranquillo, ora ritorno a temere un po' di più per il film dei Vendicatori. Anche se Joss Whedon alla sceneggiatura e alla regia dovrebbe essere una garanzia, nell'incertezza continuerò a tenere le dita incrociate fino a maggio 2012.

venerdì 24 giugno 2011

Un ricordo di Gene Colan

Che tristezza. Stamattina ho saputo della dipartita di Gene Colan, uno dei miei disegnatori preferiti di sempre, e mi è dispiaciuto molto. Da lettore di fumetti, ci ero sinceramente affezionato. Un po' perché, tra i grandi degli anni Sessanta, è stato il primo che ho scoperto, grazie al suo Devil. Un po' anche perché qualche anno fa ebbi modo di scambiare con lui alcune e-mail che culminarono in una bella intervista (che purtroppo non ritrovo più). In quell'occasione, nonostante la sua salute non fosse proprio delle migliori, Gene si dimostrò comunque gentile e disponibile. E così potei scambiare con lui due chiacchiere su quelle copertine che da ragazzino più avevano impressionato tantissimo, per la fluidità dei corpi rappresentati, che sotto il suo tratto espressionista si contorcevano innaturalmente, al fine di produrre un'idea di potenza pari a quella di Jack Kirby, come dimostrano gli esempi sottostanti.


E poi, proprio due giorni fa mi era ricapitato in mano un volume con alcune storie di Tomb of Dracula da lui disegnate e mi ero soffermato a rimirare i suoi splendidi giochi di luci e ombre, che rendevano tutto incredibilmente vivo (anche grazie alle ottime chine di Tom Palmer, il suo miglior inchiostratore).


Gene è stato uno dei pochi disegnatori di supereroi in grado di cambiare registro stilistico pur mantenendo una propria integrità, adattandosi (per modo di dire) all'horror, così come al western e alle storie umoristiche di Howard il Papero. Un gigante del disegno, davvero inimitabile.

giovedì 5 maggio 2011

Thor al cinema

Bel film, quello dedicato al biondo Dio del Tuono della Marvel. Epico, coinvolgente e appassionante, così come un film del genere dovrebbe essere. Avevo un po' paura di annoiarmi, visto che il fantasy solitamente mi fa questo effetto, ma questo film si addentra solo di striscio nel genere, concentrato com'è dall'inizio alla fine sull'aspetto supereroistico del personaggio. In realtà, il regista Kenneth Branagh e la sua squadra sono stati molto bravi nel mixare in modo ottimale scene d'azione con scene più tranquille, la Terra con Asgard, la serietà (a volte shakespeariana) con l'ironia.


Ho apprezzato in particolare due cose: la sceneggiatura, che è riuscita a evitare il difetto di molti film di questo genere, costretti a dilungarsi sulle origini del personaggio di turno (anche se Thor, non dovendo acquisire in alcun modo i propri poteri, partiva avvantaggiato), e l'immaginario kirbyano con cui si è scelto di rappresentare Asgard, più fantascientifico che fantasy, molto fantasioso e astratto, in grado di comunicare un'armoniosa imponenza.


Non mi è piaciuto invece il modo in cui sono stati caratterizzati i personaggi di contorno, come Sif e i Tre Guerrieri, che finiscono per avere scarsa consistenza e dimostrarsi poco più che macchiette. Del resto, però, era difficile trovare il giusto spazio per tutti in una sceneggiatura concentrata su Thor e Jane Foster, su cui però giganteggia un ottimo Tom Hiddleston nei panni di Loki, l'ennesimo cattivo che ruba la scena all'eroe di turno, come era già successo di recente, per esempio, con Heath Ledger/Joker in Il Cavaliere Oscuro.


Per quanto non sia un gran attore, poi, c'è da rilevare quanto Chris Hemsworth sia perfetto nei panni di Thor. Più che "trovato", sembra essere stato "creato" apposta per questo ruolo!
Parlando invece di "fonti di ispirazione", ho notato che gli autori hanno preso un po' dal Thor versione Ultimate di Mark Millar, abbastanza dalla lunga saga (una delle mie preferite) di Walt Simonson e un paio di idee anche dalla versione del Dio del Tuono ideata da Dan Jurgens. Si nota però molto anche la mano di J. Michael Staczynski, che di recente aveva ridato smalto al personaggio nei fumetti e che è stato giustamente chiamato a collaborare alla stesura del soggetto del film.


Insomma, Thor non è di certo tra i miei supereroi Marvel preferiti (un po' per l'aspetto spesso fantasy delle sue storie, un po' per la scarsa simpatia del personaggio in sé), ma questo film potrebbe diventare uno dei miei superheroes movies preferiti, al pari di X-Men 2, Spider-Man 2 e Il Cavaliere Oscuro (ma per stabilirlo con certezza, vorrei prima rivederlo tra qualche mese).
E il film sui Vendicatori si avvicina sempre più!